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martedì 22 maggio 2012
 

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Riforma delle professioni PDF Stampa E-mail
Il ministro dello Sviluppo Economico chiede all’Authority un decalogo sulle misure. Possibile un ddl parallelo a Dpef e Finanziaria.
Professioni e servizi, ecco le riforme.
Bersani contatta l’Antitrust e avvia il piano sulle liberalizzazioni.
Nel mirino gli ordini, le tariffe e gli ostacoli per l’accesso alla professione.

ROMA - “Ormai ho imparato che le liberalizzazioni si fanno e non si dicono perchè quando si annunciano non si fanno”.
Pierluigi Bersani la mette così ricordando evidentemente quando, da ministro dell’Industria del primo governo Prodi, sudò le proverbiali sette camicie per trasformare in legge le riforme dell’energia e del commercio. Ma dietro la melina del ministro dello Sviluppo Economico, stanno prendendo forma i primi interventi di liberalizzazione che il Premier Prodi ha chiesto di inserire nel prossimo Dpef per dare un segnale concreto sul tasso di riformismo del nuovo esecutivo. E che dovrebbero confluire in uno o più disegni di legge ad hoc, paralleli al Documento di programmazione economica e alla Finanziaria.
In prima battuta si sta lavorando al riassetto delle professioni (avvocati, notai, architetti) e a quello dei servizi pubblici locali, le cosiddette municipalizzate. Due obiettivi compresi in un progetto più complessivo per il quale Bersani ha preso contatto con l’Antitrust (il capo di gabinetto del ministero ha già incontrato a più riprese gli uomini dell’Autorità garante) chiedendo una sorta di decalogo delle misure possibili sul fronte della concorrenza. Il menù va dalla liberalizzazione della vendita dei farmaci da banco, alla trasformazione degli agenti assicurativi monomandatari in plurimandatari; dai panificatori al nodo dei costi dei servizi bancari.
I tecnici del ministero, in questa fase, lavorano facendo sponda anche con gli uffici di Palazzo Chigi (dove, peraltro, il premier può fare affidamento sui consigli dei sottosegretari Fabio Gobbo, a suo tempo componente dell’Antitrust, ed Enrico Letta, già ministro dell’industria autore della liberalizzazione sul gas), e operano sull’abbrivio del “pacchetto-energia” varato nei giorni scorsi come primo atto tangibile del governo sul fronte della concorrenza.
Ma se in questo caso sono bastati pochi giorni per scrivere e approvare il disegno di legge, non sarà semplice mettere mano agli ordini professionali e alle minicipalizzate: ci hanno provato negli ultimi anni esecutivi di centrosinistra e di centrodestra, infrangendosi però puntualmente sugli scogli delle potentissime lobby delle professioni o sulle barricate di quello che in molti hanno definito “neostatalismo municipale di ritorno”. “Un sistema ramificato simile a tante piccole Iri all’ombra di tutti i colori politici”, ha denunciato di recente il presidente di Confinsustria, Luca Cordero di Montezemolo, a proposito delle aziende pubbliche che gestiscono energia, acqua e trasporti a livello locale. E sullo stesso tema non ha lesinato critiche il governatore della Banca d’Italia: “Nei servizi pubblici locali -ha detto Mario Draghi nelle sue considerazioni finali - la privatizzazione ha fatto pochi passi in avanti mentre la liberalizzazione manca quasi del tutto, tanto che la gestione può essere affidata senza gara a società pubbliche o miste”. Per non parlare dell’Antitrust che ha lanciato strali su entrambi i fronti: “In Italia esiste una regolamentazione in molti casi sproporzionata - è la tesi del presidente dell’Autority, Antonio Catricalà - che atribuisce ingiustificati privilegi ai professionisti: si limita così l’accesso al mercato e se ne riduce l’efficienza complessiva a danno dei consumatori”. E sulle municipalizzate: “Nuovi monopolisti sul territorio, forti di voti e di posti di lavoro, che chiudono l’accesso al mercato”.
La stella polare che sta guidando il progetto di riforma delle professioni è l’Unione europea. Anche se il compromesso raggiunto sulla direttiva Bolkestein ha di fatto “risparmiato” queste categorie dalla liberalizzazione, sulla scrivania di Palazzo Chigi Prodi ha trovato tutte le lettere di messa in mora e le procedure d’infrazione avviate su vari versanti, tra i quali le tariffe di avvocati, architetti e ingegneri. Proprio il nodo tariffario è l’obiettivo principale dei piani di riforma allo studio al ministero dello Sviluppo Economico: i “prezzi predeterminati inderogabili” applicati, ad esempio, da servizi legali e notai, vengono infatti considerati un ostacolo alla concorrenza e una difesa di posizioni di vantaggio acquisite. Sarà ripensato anche il ruolo svolto dagli ordini, eccessivamente sbilanciati in una funzione di regolamentazione delle attività professionali e, spesso, ostacolo insormontabile per l’accesso al settore (un’idea è quella di assegnare alle Università la possibilità di abilitare i giovani alle professioni). Tra le misure ipotizzate, inoltre, la libertà di pubblicità da parte dei professionisti; la correzione delle riserve di attività (ad esempio, la certificazione degli atti notarili); l’eliminazione dei vincoli all’esercizio della professione in forma societaria. Scopo della riforma è invertire una tendenza che colloca l’Italia ai margini delle liberalizzazioni europee: uno studio della Commissione Ue sui servizi professionali - rilanciato nella relazione annuale di Bankitalia - ha misurato i vincoli normativi all’entrata e quelli alla concorrenza; ebbene, il nostro Paese risulta fra quelli con una regolamentazione più stringente in tutte le professioni. “Le politiche di liberalizzazione - sottolinea in proposito Via Nazionale - rimangono affidate principalmente alle scelte discrezionali dei governi nazionali”.
Un input che l’esecutivo di centrosinistra sembra aver recepito anche a proposito dei servizi pubblici locali. Aziende dei trasporti, dell’energia, dell’acqua che in molti casi hanno raggiunto - grazie anche ad accorpamenti e quotazioni in Borsa - dimensioni tali da entrare in competizione con le grandi utilities pubbliche e private nazionali. Anche in questo caso l’intenzione del governo è di procedere ad un’apertura di un mercato dove molto spesso gli enti locali che affidano la gestione dei servizi sono, al contempo, proprietari delle aziende affidatarie. Quindi più privatizzazioni e gare pubbliche accessibili veramente alla concorrenza.

a firma MARCO PATUCCHI
su La Repubblica del 12.06.2006

 
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